Autoetnografia di un convegno

Abbiamo fatto passare un po’ di tempo dopo il convegno Pathways of Roma Housing di Torino per riflettere con gli strumenti della ricerca – la scrittura e il confronto – su quello che abbiamo vissuto in quei giorni. Gli incontri, i dibattiti, le tensioni e le grandi soddisfazioni, ci sembrava tutto troppo prezioso per non raccontarlo. Ci ha ospitati WOTS, grazie al supporto di Stefano Piemontese.
Il dibattito è stato arricchito dai punti di vista di altri attori. A volte dai toni riflessivi, altre volte dai toni più accusatori. Riportiamo qui gli articoli che sono scaturiti dal nostro convegno, e lanciamo l’invito a chi lo desiderasse di contribuire al dibattito, contattando WOTS!

 

 

 

Autoetnografia di un congresso. Rischi e virtù della partecipazione rom

di Chiara Manzoni, Oana Marcu, Greta Persico e Ulderico Daniele

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Rappresentante di un'associazione rom a Craiova, 2008. Foto di Roberto Arcari

Rappresentante di un’associazione rom a Craiova, 2008. Foto di Roberto Arcari

Stimolare il dibattito politico, culturale e scientifico attorno alla “questione rom” in Italia e a Torino. Questo era uno degli obiettivi del  convegno Pathways of Roma housing inclusion. Il confronto più ricco è stato sicuramente quello con l’Assemblea Gattonero Gattorosso, di cui fa parte anche una collega della European Academic Network of Romani Studies (EANRS), che ha finanziato l’evento. Gattonero Gattorosso ci accusava, attraverso uno scambio di commenti virtuali, di aver disegnato un programma che appariva come una passerella per il Comune, al quale peraltro avevamo anche chiesto il patrocinio dell’evento. Associato all’endorsement c’era l’accusa di deliberata esclusione dei rom tra gli speaker, critica condivisa tanto dall’Assemblea Gattorosso Gattonero, quanto da Marcello Zuinisi dell’Associazione Nazione Rom e Radames Gabrielli dell’associazione Nevo Drom.

Per cercare di dissipare ogni dubbio abbiamo scelto di incontrarci con qualche rappresentante dell’Assemblea Gattonero Gattorosso. L’abbiamo fatto la sera prima del convegno. Secondo Gattonero Gattorosso, la nostra posizione critica nei confronti del progetto di ricollocamento abitativo “La città’ possibile” non sarebbe stata sufficientemente forte; dichiaravano che la  sovra-rappresentazione delle istituzioni gli avrebbe permesso di nascondersi dietro dati falsi e ideologie. Abbiamo ribadito la nostra posizione e rassicurato circa i risultati delle nostre ricerche, costruiti proprio con i rom di Lungo Stura Lazio. Visto che consideravamo cruciali e importanti anche le loro posizioni, li abbiamo invitati ad intervenire all’interno del panel dedicato alla città di Torino. Ci siamo lasciati con la sensazione di condividere gran parte delle posizioni.

La contestazione

Durante l’apertura del convegno però l’ostruzione da parte degli esponenti di Gattorosso e Gattonero ci ha spiazzati. Si è manifestata con una differenza imprevista di linguaggi. Il gruppo è intervenuto interrompendo il Professor Marco Buttino, che ci ospitava mettendoci a disposizione gli spazi dell’università, e ha “preso la parola” utilizzando il convegno come “una piazza”. Alcuni di loro hanno aperto uno striscione con la scritta “Il Comune sgombera i campi e lucra sui rom”, hanno proiettato un video girato in occasione dello sgombero avvenuto il 26 febbraio nel campo di Lungo Stura Lazio e, togliendo la parola agli oratori, hanno letto una lettera. A nulla sono valsi i tentativi di riprendere i lavori e l’invito a rispettare il diritto di parola degli oratori. La replica del professor Marco Buttino ha colto nel segno: “Condivido tutto ciò che avete detto, tranne una cosa: dite che a nessuno interessa dello sgombero, ma siete davanti proprio ai pochi che se ne interessano!” Conclusa la lettura della lettera, gli esponenti di Gattorosso Gattonero hanno ripetutamente interrotto la dottoressa Turrino durante la lettura del comunicato di Elide Tisi la vicesindaco di Torino, che a poche ore dal convegno aveva comunicato la sua assenza per improvvisi impegni istituzionali. Chiusa questa parentesi di contestazione, i rappresentanti di Gattorosso Gattonero hanno abbandonato l’aula, disertando anche il panel organizzato per approfondire le questioni della città di Torino.

Principio nº10: “Partecipazione attiva dei rom”

Come anticipato, già nei giorni prima del convegno, siamo stati oggetto di critiche, molte delle quali dai toni decisamente coloriti e dai modi informaticamente violenti e denigratori: “pratiche di confronto” che costituiscono esempio classico di quello che viene definito cyber stalking.

Sforzandoci di non guardare ai modi e con l’obiettivo di confrontarci sulla sostanza, possiamo dire che la richiesta formulata dall’associazione Nazione Rom di far parlare 30 donne sgomberate da Lungo Stura Lazio, o quella simile formulata dagli attivisti di Gattonero Gattorosso, così come le molte altre formulate attraverso e-mail o commenti online  possono essere in qualche modo ricondotte, come ha mostrato in maniera attenta e equilibrata proprio qui Stefano Piemontese, al nostro mancato rispetto del principio “nulla per noi senza di noi”.

Un principio dalle importanti implicazioni etiche e politiche, uno slogan che vanta una illustre storia e una parata di genitori nobili; un principio dal presente ancora più radioso, visto che viene costantemente richiamato per democratizzare le politiche, ad esempio negli interventi di rinnovamento urbano delle grandi città europee.

Nel caso dei rom, questo principio è stato formalmente acquisito a tutti i livelli istituzionali: dai 10 Principi di base comuni sull’inclusione dei Rom pubblicati dalla Commissione Europea fino alle Strategie Nazionali per l’Inclusione dei Rom dei singoli paesi. L’adozione di questo principio ha permesso una sempre maggiore visibilità e partecipazione di singoli, gruppi associativi e coalizioni rom a livello comunitario, ma anche nei contesti nazionali e internazionali.

Nel ragionare sull’elaborazione e l’imple-mentazione delle politiche abitative, il tema della rappresentanza e della partecipazione dei rom è quindi questione essenziale, a cui abbiamo deciso di dedicare una sessione ad hoc del nostro convegno. Centrale, certo, ma non scontato, perché come l’esperienza romana analizzata durante il convegno mostra chiaramente (“Leadership, partecipazione e rappresentanza per l’implementazione delle politiche abitative“, di Ulderico Daniele e Nazzareno Guarnieri), le esperienze di ricerca nei territori restituiscono una immagine ben più articolata e complessa, a volte anche ambigua, delle pratiche partecipative o delle forme di costruzioni della leadership e della rappresentanza.

Ritornando allo slogan da cui siamo partiti, la questione essenziale da affrontare ci sembra stia in quel “noi” che caratterizza, e nobilita, la formulazione. L’utilizzo di questo slogan allude infatti all’esistenza chiara e precisa di un “noi”, una comunità che si riconosce in una identità specifica e condivisa e che, sulla scorta di questo, condivide anche interessi e bisogni e quindi rivendicazioni politiche. Una comunità omogenea quindi, priva di articolazioni e stratificazioni.

Le vicende concrete nei territori, quelle che con la ricerca abbiamo potuto ancora parzialmente conoscere e comprendere, ci raccontano però situazioni ben diverse, a partire dal dato di fatto, antipatico quanto necessario da considerare, che in molti contesti locali alcuni leader e rappresentanti rom sono già da anni ben accreditati presso le amministrazioni locali e partecipano in molte delle attività e dei progetti che queste mettono in campo.

Tra rappresentanza e ventriloquismo post-coloniale

Il dato della rappresentanza e della partecipazione di alcuni fra i rom non può essere considerato, almeno in una certa misura, come una novità radicale o un obiettivo mai individuato, ma, al contrario, è un elemento che ha ormai una storia alle sue spalle e che quindi, più che rivendicato di principio, merita di essere oggi messo in discussione. Obiettivo che abbiamo assunto per la sessione dedicata alla rappresentanza nel nostro convegno.

In alcune occasioni, si tratta di quella partecipazione strumentalizzata da chi, in buona o in cattiva fede, utilizza la presenza di una romnì come strumento simbolico e concreto per legittimare posizioni e pratiche, creando quella figura del romnì da congresso o da conferenza stampa che noi abbiamo deciso di non di mettere in gioco. Dal nostro punto di vista, questo tipo di partecipazione va invece riletta sotto la categoria del ventriloquismo, pratica dalle conseguenze decisamente coloniali con la quale istituzioni, associazioni e militanti utilizzano a puri scopi di autolegittimazione la presenza di uno o più rom, nascondendo dietro il “noi” del testimone di turno quelle che sono le proprie opzioni e pratiche politiche.

Per evitare questo rischio, anche nella situazione di crisi degli sgomberi di Lungo Stura, abbiamo deciso di rispondere negativamente alle richieste di associazioni e soggetti pro-rom e abbiamo invece mantenuto la nostra scelta iniziale, arbitraria e contestabile certo, di valorizzare la ricerca sul terreno e le expertise sul tema dell’abitare, che a nostra conoscenza nessuno studioso rom ha affrontato in Italia, al di là delle legittime rivendicazioni.

Se gli interlocutori rappresentano se stessi

Come in altre occasioni, non si è potuto non notare la distanza e lo scollamento che esiste fra quella che si autorappresenta come una elite rom e quelle che dovrebbero essere le realtà sociali rappresentate. L’elite di rappresentanti e leader gode di collegamenti e accreditamento presso le amministrazioni locali, nazionali e internazionali, e con l’ampia rete dell’associazionismo rom e non rom; un capitale simbolico e politico notevole che però non si fonda su mobilitazioni, percorsi di protesta interni ai gruppi rom (i chiaroscuri della recente manifestazione di Bologna ne sono una prova ulteriore) o su processi chiari e trasparenti di costruzione della leadership, spesso nemmeno su pratiche chiare e trasparenti di comunicazione e condivisione.

In uno scenario come quello italiano, il capitale di relazioni e di contatti di cui l’autonominata rappresentanza disponde, un capitale fornito e valorizzato dalle elite gagè (non rom) locali, finisce per diventare uno strumento che rafforza carriere individuali, di singoli “partecipatori”, ovvero coinvolti nei processi politici e, anche se raramente, presente nei media. Un processo che però almeno fin qui non può essere considerato come il prodotto, nè come la scintilla in grado di stimolare la costruzione di mobilitazione, e, di seguito, di forme di partecipazione e di rappresentanza, all’interno dell’universo rom.

Leader e rappresentanti finiscono quindi per essere coloro i quali vengono riconosciuti e accreditati dai gagè, e non dai rom, in questo ruolo. Intanto nei contesti locali, la fiducia e l’interessamento nella partecipazione politica cresce lentissimamente, spesso sotto la pressione delle domande gagè, che siano quelle dell’associazionismo o delle istituzioni, e solo raramente sotto forma di coinvolgimento soggettivo e di gruppo. Il “noi” dello slogan da cui siamo partiti rischia allora di diventare in questi scenari davvero una costruzione retorica, un capitale da utilizzare soggettivamente che non si basa però su alcuna comunanza di intenti né di interessi.

I pericoli dell’etno-politica all’italiana

Ma, al di là del dubbio in merito alla sua esistenza, c’è da chiedersi poi se e perché sarebbe auspicabile che quel “noi” diventi soggetto politico. È opinione degli organizzatori e di molti altri studiosi, nonché di alcuni rappresentanti dell’associazionismo rom, che nel nostro paese la situazione dei rom sia almeno in parte imputabile ad una serie di misure eccezionali che le istituzioni hanno varato esclusivamente per i rom, basandosi sull’idea che esista una differenza radicale e irriducibile tra cittadini rom e cittadini non rom. Le classi per i bambini nomadi, i campi per le popolazioni nomadi sono il prodotto più evidente di come il riconoscimento di una identità culturale abbia in realtà prodotto forme di segregazione fisica e simbolica allontanando i rom dalla società italiana fino a renderli il capro espiatorio perfetto nelle situazioni di crisi.

Se tutto questo è vero, ci chiediamo allora perché sul piano della partecipazione e della costruzione della rappresentanza politica si sostiene la costruzione di una identità esclusiva e separata, con i suoi esclusivi canali di riconoscimento e di interazione; ci chiediamo perché quel “noi” dalle radici deboli e poco chiare, dovrebbe costruirsi, sul piano del dibattito politico, confermando un confine etnico-culturale, anziché cercare nei territori e nelle vertenze un confronto diretto con altri soggetti che, a prescindere dalle appartenenze, sperimentano le stesse condizioni di difficoltà.

Attorno a noi, nelle questioni legate ai gruppi rom ma non solo, vediamo sempre più radicarsi la nouvelle vague post-coloniale che costruisce sulla presenza e la voce di testimoni la legittimazione scientifica e politica di singoli e gruppi; come molti prima di noi hanno fatto notare, il problema è che i testimoni, il “noi”, portano con se un inattaccabile statuto morale e politico che li colloca al di là di qualsiasi dibattito, di qualsiasi possibilità di analisi, occultando quindi dietro la retorica testimoniale i processi sociali e politici entro cui anche quelle retoriche e quei discorsi hanno preso forma.

A Torino è successo qualcosa di molto simile: gli attivisti di Gattonero Gattorosso hanno chiesto di far partecipare i rom al convegno, ma sono finiti a recitare loro stessi una lettera sullo sgombero; hanno sbandierato un “noi”, peraltro assente anche nella rappresentazione del conflitto, e hanno finito così per nascondere i processi di costruzione del sapere e del potere, che, è bene ricordarselo, prendono forma anche all’interno dei movimenti di contestazione.

Al prossimo convegno speriamo di poter ascoltare il racconto della formazione dell’Assemblea Lungo Stura Lazio come esperienza di democrazia partecipata che, seppur nata al di fuori di un mandato accademico, coinvolge anche colleghi ricercatori.


Autoetnografia di un congresso. Come, dove e perché parlare dei campi rom?

di Greta Persico, Ulderico Daniele, Oana Marcu e Chiara Manzoni

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Abitazione privata a Milano. Foto di Luca Meola

Abitazione privata a Milano. Foto di Luca Meola

È in un certo senso gratificante riuscire ad organizzare un evento accademico che riesca a stimolare dibattito politico e culturale, entrando, anche se in modesta misura, nella cronaca della città. Con il convegno “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti siamo forse riusciti in questa operazione, non tanto per nostri meriti, ma per una serie di fattori e situazioni contingenti che oggi vogliamo riconsiderare, provando anche a dire la nostra su una serie di dibattiti politici, culturali e, perché no, scientifici, che attorno a questo evento si sono sviluppati.

Quello che è successo prima, durante e anche dopo il convegno ci è sembrato, come forse ogni spaccato di vita, indicativo per le dinamiche sociali più ampie, quelle che caratterizzano “la questione rom”. Non volevamo perdere la ricchezza delle riflessioni di quei giorni, oberati da impegni e schiacciati dalla stanchezza. Ci siamo quindi proposti di sperimentare, anche solo in pillole, una nostra autoetnografia, mettendo in campo le nostre interpretazioni e valutazioni, distaccate e professionali, rispetto agli eventi di quei giorni.

Abbiamo iniziato a creare e immaginarci l’evento nei coffe break di una conferenza in Romania, a Timisoara. Avevamo ormai discusso le nostre ricerche di dottorato, ognuno nella propria università. Per anni ci siamo incontrati e confrontati proprio in occasione di workshop ed eventi, chiamati a presentare i nostri avanzamenti. Questa volta presentavamo ricerche concluse e sentivamo il bisogno di provare a colmare quel vuoto che si faceva sempre ingombrante e che ci impediva di mettere a valore i loro risultati, limitandone la portata. Avevamo all’attivo già diversi sforzi che andavano nella direzione del “bridging the gap” tra policy makers e ricercatori. A onor del vero noi stessi in tempi e momenti diversi siamo stati ricercatori, abbiamo lavorato come operatori e abbiamo scelto di essere attivisti, imparando a portare la complessità nel ruolo che eravamo chiamati a ricoprire.

Come ricercatori, membri italiani dell’European Academic Network of Romani Studies (EANRS), abbiamo iniziato a confrontarci provando ad elaborare una strategia che favorisse il dialogo e lo scambio di saperi, forti dei nostri lavori sul campo prodotti grazie alle relazioni e alle interazioni con i gruppi rom e sinti con i quali abbiamo fatto ricerca. Consapevoli però dei nostri limiti, legati principalmente agli scarsi rapporti con le istituzioni e alla frustrazione del non riuscire a produrre un cambiamento abbastanza forte. In effetti, ci trovavamo spesso a parlare “tra di noi”, cioè con professionisti che la pensano in modo simile, ma che non hanno il potere di cambiare le politiche. Siamo quindi andati a Roma ad incontrare UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e alcuni suoi rappresentanti, abbiamo illustrato loro i risultati delle diverse ricerche e ragionato insieme su come metterli a servizio delle politiche. Abbiamo riflettuto sulla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti (di cui l’UNAR è responsabile) e insistito sulla necessità di avviare l’implementazione a partire dal coinvolgimento più diretto di tutte le amministrazioni locali e dei ricercatori, parte non contemplata, tra l’altro, nella stessa strategia. In sintesi la nostra scommessa, personale e di gruppo, è stata e continua ad essere quella di provare a valorizzare la ricerca nel rapporto con le istituzioni. Un rapporto che si è dimostrato tortuoso a partire dalla difficoltà di essere coinvolti come portatori di conoscenza già dal processo di costruzione delle policy.

Forse anche le città (impossibili) imparano

A ottobre abbiamo deciso di partecipare ad un bando aperto agli oltre trecento membri del Network e finanziato dal Consiglio d’Europa che appoggiava eventi volti a colmare il vuoto tra la ricerca e i policy makers. Già dai primi appuntamenti abbiamo individuato nell’abitare un tema centrale, sia perché la chiusura e il superamento dei campi nomadi sono ormai nell’agenda di molte amministrazioni, sia perché attraverso la questione abitativa era per noi possibile affrontare altri aspetti altrettanto significativi, ad essa trasversali.

Ad esempio, non possiamo non considerare le relazioni di potere e usura che spesso regolano la presenza delle persone all’interno degli insediamenti spontanei. Così come è impensabile prescindere dalle dinamiche estremamente complesse che caratterizzano i processi di rappresentanza degli stessi rom. Ancora, pensare a progetti sociali di “accompagnamento all’autonomia abitativa”, (come vengono denominati nelle gare di appalto rivolte al terzo settore e con tutte le riflessioni che solo tale dicitura comporterebbe) significa analizzare la formulazione dei criteri di accesso a tali percorsi e le conseguenze degli stessi sia sulle vite delle singole persone che sulle relazioni all’interno del gruppo interessato dall’intervento sociale. Molti interventi di questo genere prevedono infatti criteri di selezione ed accesso che non sempre garantiscono equità e sono variabili a seconda della stagione elettorale o delle scelte politiche contingenti durante il mandato di una stessa amministrazione.

Ragionare sulla casa è quindi necessario ma non sufficiente per non incorrere in interventi che di primo acchito possono sembrare accattivanti ma che, ad una analisi maggiormente attenta, evidenziano criticità complicano i percorsi di fuoriuscita dai campi nomadi o dalle baraccopoli.

Il convegno ha avuto un respiro nazionale ed internazionale. Abbiamo infatti cercato di coinvolgere e invitare amministratori e ricercatori di diverse città italiane, piccoli centri e grandi metropoli, che negli anni si sono sperimentate con progetti e piani di inclusione abitativa. Realtà italiane ma non solo. Alcune di queste città avevano già implementato progetti di transizione abitativa, altre stavano riproponendo la logica del campo, seppur pensato in condizioni migliori e meglio attrezzato; altre erano, e drammaticamente ancora sono, ferme nella riflessione e nell’azione in questo ambito.

Uno degli obiettivi del convegno era quello di mostrare mediante un’analisi articolata cosa accade in alcune realtà, i rischi insiti ad alcune scelte e le possibilità che altre esperienze rappresentano, per dare una spinta a coloro i quali si confrontavano con il problema abitativo dei gruppi rom senza sapere cosa fare. Nel convegno sono stati attentamente scelti interlocutori che portassero punti di vista diversi sulla stessa realtà locale, in modo da alimentare il dibattito, esplicitare i conflitti emersi a seguito dei diversi approcci. Per dare spessore e contribuire all’analisi abbiamo arricchito la discussione introducendo due casi internazionali, quello di Madrid in Spagna, e quello di Cluj Napoca in Romania, casi in cui il tema dell’abitare segregato dei rom è al centro del dibattito pubblico da tempo.

La scelta di organizzare questo evento a Torino è stata voluta per due ragioni. In primo luogo, conosciamo bene la realtà torinese perché qui che abbiamo svolto alcuni dei nostri studi e ritenevamo quindi cruciale posizionarci nel dibattito in corso presentando i risultati delle nostre ricerche. In secondo luogo, sentivamo la necessità di richiamare l’attenzione sul progetto di ricollocamento abitativo “La città possibile” che già da alcuni anni vede impegnata il comune di Torino.

Torino, Lungo Stura: finita un’emergenza, se ne fa un’ altra

Il controverso progetto di inclusione sociale chiamato “La città possibile”, seppur pubblicamente presentato dagli amministratori e dai rappresentanti delle associazioni coinvolte come un esempio di superamento dei campi nomadi, presenta una serie di criticità che meritano una dettagliata analisi.

Quello che sta succedendo oggi nella baraccopoli di Lungo Stura Lazio è sotto gli occhi di tutti, ma per comprenderlo è utile fare un passo indietro, ricostruendone la storia. La baraccopoli si snoda lungo il fiume e ospita tra le 800 e le 1000 persone, che negli anni hanno costruito baracche e trovato riparo, nascosti tra la vegetazione e la Stura. Si tratta di un’area occupata, che è andata espandendosi fino a diventare la più grande baraccopoli della città. Nel 2012 l’area è stata oggetto di un’operazione di bonifica e pulizia che ha visto impegnati gli stessi abitanti, in collaborazione con l’associazione Terra del Fuoco, nell’ambito del progetto di Legambiente “Puliamo il mondo”. Il passaggio successivo alla bonifica dell’area è stato il censimento delle famiglie, avente come obiettivo quello di individuare le presenze e le competenze degli abitanti, ipotizzando per questi l’inserimento in un progetto chiamato “L’occhio del ciclone” che mirava a superare il campo attraverso la costruzione di un villaggio meglio attrezzato ed ecosostenibile.

Sgombero in Lungo Stura Lazio, febbraio 2015 - Foto di Francesco del Bo

La promotrice del progetto, l’associazione Terra del Fuoco, si era accreditata, guadagnandosi la fiducia delle istituzioni grazie soprattutto all’intervento di autocostruzione e autorecupero del Dado, considerato e acclamato come buona pratica. La presentazione ufficiale de “L’occhio del ciclone” è avvenuta in occasione di un convegno organizzato dalla stessa associazione che rivendicava la necessita’ di ricevere finanziamenti per il progetto che ricalcava in parte Il Dado. Finanziamenti assolutamente indispensabili, visto che la fine dell’ “Emergenza nomadi” aveva di fatto congelato i fondi e tolto ogni certezza economica e lavorativa agli operatori impegnati nel campo.

Tra il 2012 e il 2013 si è assistito ad una fase di stallo, coincisa con il licenziamento di molti operatori dell’associazione. Nell’estate del 2013 la città ha aperto un bando delineando le linee guida di quello che avrebbe dovuto essere l’intervento volto al superamento della baraccopoli. Linee guida che forse in modo del tutto casuale o forse no, ricalcavano il progetto “L’occhio del ciclone”. A vincere l’appalto è stato un raggruppamento di enti del terzo settore (Cooperative Valdocco, Stranidea, Liberitutti, associazioni Terra del Fuoco, A.i.z.o e Croce Rossa Italiana) che insieme a Comune e Prefettura da fine 2013 sono impegnati nel progetto “La città possibile”.

Alcune famiglie selezionate e hanno firmato un patto di emersione e risultano quindi beneficiarie del progetto. Altre, per vari motivi, sono state escluse. Per alcune di queste famiglie escluse questo ha comportato la demolizione della propria baracca. Il 26 febbraio infatti le ruspe sono entrate nella baraccopoli e hanno fatto piazza pulita di una parte dell’area, lasciando gli abitanti senza un tetto, seppur di legno o cartone. Del resto purtroppo, su e giù per l’Italia la storia si ripete un po’ ovunque.

Questa premessa consente di giustificare la ragione del clima caldissimo che sta vivendo la città, che entro dicembre 2015 deve liberare completamente l’area di Lungo Stura Lazio dai rom che vi abitano da più di 10 anni.


Nei prossimi due articoli affronteremo due temi che sono emersi con forza nella conferenza: quello della partecipazione e dei processi di rappresentanza di rom e sinti, e quello dell’equilibrio tra ricerca e attivismo.


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Appunti e disappunti (2 di 2). Sulla falsa specificità della “questione rom”

di Marianna Manca e Cecilia Vergnano

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Questo testo nasce da alcuni spunti e riflessioni maturati in occasione di un convegno recentemente proposto a Torino il 19 e 20 marzo 2015 sugli interventi abitativi rivolti ai rom, in parte già discussi con alcuni colleghi e presentati nella prima parte di questo articolo. Il convegno non è stato solo contenitore e spazio di dibattiti, ma è divenuto esso stesso elemento di discussione nelle sue forme, contenuti e modalità. Inoltre ha stimolato in noi una serie di interrogativi rispetto all’esigenza di riconoscimento dei rom come interlocutori primari, al peso e al ruolo dei ricercatori stessi e alla questione delle categorie interpretative utilizzate.

Ma questo è solo un corollario di una serie di lacune che abbiamo avvertito nella formulazione stessa dei termini del problema. In questo workshop abbiamo sentito molto la mancanza di una discussione sulla definizione previa dei termini della questione. Ci ha colpito l’adozione acritica di termini e definizioni mai messi seriamente in discussione, tra cui spicca la specificità della “questione rom”. Nonostante le intenzioni degli organizzatori, l’approccio differenziale all’inclusione abitativa dei rom e sinti costuisce la premessa dell’evento e riafferma, come una profezia che si autorealizza, la dicotomia rom/non-rom. Il risultato di questo approccio è di enfatizzare tutto ciò che rende i rom differenti dai non-rom (gagè), rafforzando ruoli e definizioni precostituiti.

La “specificità rom” tra ricerca e policy

Comunemente, i rom vengono spesso descritti come un caso a parte per quanto riguarda la mobilità internazionale, la cittadinanza, il riconoscimento delle minoranze nazionali (ad esempio, i rom e sinti italiani sono stati esclusi dalla legge 482/199 sul riconoscimento delle minoranze linguistiche in Italia [1]), la povertà, la salute, l’abitare, la sicurezza, la coesione sociale, e così via. E in effetti è così, ma non per una specificità propria dei rom, ma per la specificità dei rom stabilita dalle politiche. Quali altri richiedenti asilo o rifugiati sono stati inseriti in campi monoetnici in Italia? A quale comunità o quartiere cittadino è fornita un’ambulanza ad uso esclusivo per le vaccinazioni dei bambini? A quanti homeless stranieri o italiani viene offerta sistemazione permanente in piazzole o containers in aree video-sorvegliate? A quale categoria di sfrattati o famiglie in disagio abitativo è concessa un’area recintata dove costruire una baracchina? A quale cittadino capita di essere sottoposto a controlli di polizia periodici nella propria abitazione perchè collocata in un’area specifica? E inoltre: per quale altro gruppo etnico è richiesta una strategia nazionale di azione? Per molti si tratta di domande quasi retoriche, ma non dovrebbero esserlo: non dobbiamo dare per scontato lo sfondo differenzialista e culturalista che sorregge le pratiche e le politiche rivolte ai rom. Dobbiamo imparare a metterlo continuamente in discussione.

Come ricercatori il nostro compito è osservare e analizzare la realtà per come essa è o si presenta, ma crediamo sia doveroso fare attenzione a non rimanere bloccati dentro le stesse definizioni su cui invece dovremmo riflettere. Il ruolo del ricercatore è di far emergere le contraddizioni e le sfasature che caratterizzano discorsi, pratiche e politiche senza accettare acriticamente definizioni ed etichette ma testandone costantemente la validità, l’appropriatezza, i termini di realtà. Poi si può discutere di costi, forme e singoli progetti, ma prima è necessario essere consapevoli dei margini della questione, dei limiti delle nostre rappresentazione e del loro livello di legittimità, facendo attenzione a non riprodurre narrazioni e categorizzazioni precostituite.

In senso generale crediamo che il dibattito che ha anticipato e seguito il workshop “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy” ci abbia aiutato a mettere a fuoco ancora di più le difficoltà del nostro ruolo di ricercatori e a ragionare su quei meccanismi automatici che rischiano di replicare “specificità rom” in ambito non solo politico ma anche accademico.

Crediamo che la situazione critica vissuta da molti rom in Italia debba essere interpretata come una spia di ciò che la nostra società è in questo momento: “la questione rom” è un caso emblematico (ma non specifico) della difficoltà di affrontare situazioni anche complesse che richiedono un impegno su più fronti e uno sguardo allargato a tutta la nostra società. Cerchiamo di riconoscere che esiste un problema della casa che riguarda migliaia di persone a Torino e in tutta Italia, un problema dell’accoglienza che riguarda migranti e rifugiati da ogni parte del mondo, un problema di erosione del sistema di welfare che restringe la platea dei beneficiari, arrivando a minare anche alcuni diritti fondamentali della persona.

Politiche specifiche o politiche universaliste?

Ragionando su queste basi e riferendoci solamente alla realtà torinese, la nostra esperienza di ricerca sul campo ci ha portato a conoscere, in maniera del tutto contingente e casuale, alcune “seconde generazioni” di immigrati bosniaci e serbi usciti dai campi: si tratta di ragazzi che non erano l’oggetto della nostra ricerca, nei quali ci siamo imbattute senza che li stessimo cercando. Possiamo dire che sono le seconde generazioni che piú ci sono sembrate “incluse” – passateci il termine: vogliamo dire cresciute in condizioni più o meno serene, avendo studiato in qualche caso fino all’università, con un dominio della lingua italiana praticamente identico al nostro, informate sui loro diritti e capaci di difenderli. Sono i ragazzi che negli anni ’90 hanno avuto la fortuna di uscire dai campi per entrare a vivere in alloggi popolari. I palazzi popolari di Falchera, Vallette, Mirafiori Sud non sono esattamente i posti dove la maggior parte di noi sognerebbe di allevare un figlio. Ciononostante, è in questi palazzi che sono cresciuti e si sono formati questi giovani. Il loro “processo di inclusione” non è stata soluzione costosa, né in termini monetari né in termini di coesione sociale. Le loro famiglie non hanno avuto necessità né di assistenza, né di interventi, né di educazione civica e sociale, nè di monitoraggio. È vero, qualche famiglia ha avuto bisogno di aiuti, anche solo per pagare l’affitto durante primi tempi, ma non ha avuto bisogno di educatori né operatori sociali. In ogni caso, dubitiamo che il prezzo di questo inserimento sia stato eccessivo per il Comune. Verso il 2004 è stata condotta un’indagine tra le famiglie rom inserite in casa popolare a Torino per valutare eventuali conflitti col vicinato, problemi di “adattamento”, eccetera. Secondo questo studio, delle circa 80 famiglie rom dell’ex-Jugoslavia beneficiarie di alloggi popolari a Torino, solo 3 sono state percepite come “problemi” dal vicinato; anche se poi le voci correvano e quelle tre famiglie diventavano decine, fino al punto che sembrava che ognuno a Torino avesse un amico, o un amico di un amico, che viveva nella stesso condominio di una famiglia rom che sgozzava agnelli per le scale, invitava i parenti a bivaccare nel cortile, buttava la “munnezza” giú dal balcone e mandava i bambini in giro nudi.

Di fronte a queste evidenze abbiamo sempre rivendicato un certo diritto allo scetticismo quando, per esempio, ci veniva presentato “Il Dado” di Settimo Torinese [2] come una soluzione efficace, effettiva, sostenibile e partecipativa alla questione del Roma housing [3]. D’altra parte son ben note le critiche che mettono in rilievo la debolezza del modello de “Il Dado” nella proporzione tra costi (elevati) e benefici (poche famiglie). A queste critiche l’associazione che gestisce il Dado ha risposto con la proposta progettuale di una micro area residenziale con pannelli solari sulle casette che altro non era se non l’ennesima riproposizione un po’ più  politically correct di un campo rom, sorvegliato però da educatori [4]. La necessità degli operatori di mettere in risalto il loro ruolo, presentandolo come indispensabile, li ha portati paradossalmente a riproporre il modello dei campi nel momento stesso in cui pretendevano di formulare una proposta per il loro superamento.

Dovremmo stare attenti anche noi ricercatori a non perdere di vista che l’obiettivo centrale dev’essere il riconoscimento dei diritti dei rom, e non il riconoscimento della “specificità rom”, un riconoscimento che probabilmente gioverebbe più a noi che ai rom. Forse mettendo da parte la centralità del nostro ruolo, potremmo arrivare alla fatidica domanda: le famiglie rom hanno bisogno di una politica di inclusione specifica (con relativi esperti di Roma inclusion)? E hanno bisogno di una specifica politica sull’inclusione abitativa?

Simili considerazioni ci portano a mettere in discussione l’approccio di quella parte della ricerca che, con studi, convegni e pubblicazioni, in qualche modo segue le scelte degli amministratori locali al considerare le politiche abitative per i rom come un oggetto di analisi e di intervento a sé stante, separata dalla questione abitativa in quanto “questione sociale” di interesse generale.

Vecchie e nuove baraccopoli. Perchè oggi etnicizziamo la povertà?

Le famiglie che, arrivate da un Meridione “arretrato” e contadino, si sono insediate a Torino in baracche negli anni ’50 e ’60, nell’apogeo della crescita industriale di questa città, non erano state inserite in case attraverso la mediazione del terzo settore. Ovviamente i tempi sono cambiati: la trasformazione neo-liberista dello stato ha condotto alla privatizzazione dei servizi sociali (a partire dall’esternalizzazione della gestione della disuguaglianza alle organizzazioni non governative); nuovi flussi migratori transnazionali hanno sostituito i vecchi flussi di migrazione interna con i lavoratori immigrati extracomunitari o “comunitari di serie b”, che hanno in molti casi trovato impiego nell’economia sommersa.

Nonostante le differenze, oggi come allora siamo di fronte a una “emergenza casa”. È logico che in una città come Torino, che è “capitale degli sfratti” (4.000 provvedimenti di sfratto nel 2012, 3.000 solo nel primo semestre del 2013) ed ha ben 8.000 persone in lista d’attesa per l’assegnazione di un alloggio di edilizia popolare, parlare di housing per rom possa diventare un campo minato e che gli amministratori locali facciano di tutto per non dare l’impressione ai cittadini di “dare le case ai rom”, fino a violare i diritti umani (com’è accaduto a Torino nel febbraio 2015).

Ma a questo punto può essere lecito domandarsi perchè per gli immigrati del Meridione la città ha costruito case popolari e per i rom e i sinti italiani e stranieri ha costruito campi? Perchè il problema delle condizioni di vita degli immigrati meridionali ha smesso di essere un problema a Torino, e il problema dei rom e dei sinti continua ad esserlo dopo piú di 40 anni? Verrebbe da pensare che la differenza tra vecchi e nuovi baraccati andrebbe letta più che in termini etnici, in termini di diritti (riconosciuti e negati) e di condizioni socio-economiche: da un lato abbiamo operai dell’economia formale in un momento di crescita economica, dall’altro lavoratori dell’economia sommersa, come l’economia del ferrovecchio e del recupero dei residui, realizzata per lo più in un momento di crisi e politiche di austerità.

Chi deve emergere, i rom o l’economia informale?

Dunque, ragionando sul piano dei contenuti, non sarebbe più interessante provare a contestualizzare il problema della casa per i rom nell’ambito generale del problema della casa? Non sarebbe interessante pensare che “emersione” significa far emergere un settore dell’economia completamente informale, anzichè far “emergere” le singole famiglie attraverso patti di legalità di dubbio valore legale? Bisogna infatti ricordare che un gran numero degli abitanti dei campi informali, cosí come altri abitanti della città che, indipendenentemente dalla loro ascrizione etnica, sono semplicemente poveri, vivono del recupero del ferrovecchio: una risorsa dotata di grande valore sul mercato (sarebbe interessante, di fatto, recuperare dati sul margine di guadagno dei demolitori privati che comprano questa merce ai riciclatori informali a prezzi molto bassi).

ColombiaAnche se forse non compete a noi l’elaborazione e la proposta di politiche alternative, ci ha fatto molto riflettere il modello di inclusione sociale che si sta portando avanti nella città di Bogotá. La capitale colombiana ha recentemente implementato una politica in cui ha riconosciuto il valore dell’economia sommersa rappresentata dagli abitanti delle favelas che vivono del recupero della spazzatura. La Asociación Cooperativa de Recicladores de Bogotá (ARB) ha contribuito significativamente allo sviluppo di varie leggi locali e nazionali riguardanti i servizi pubblici e l’affermazione di una struttura equitativa di imposte relative ai servizi di gestione dei residui (Comité Habitat Español 2006, IEMS 2008). In una sentenza de 2003 la Corte Constitucional ha riconosciuto alle cooperative di “riciclatori di strada” la titolarità per accedere agli appalti pubblici della gestione dei residui urbani. Ha emanato anche, nello stesso anno, una azione affermativa di inclusione dei riciclatori negli appalti riguardanti la nettezza urbana e, nel 2009, ha ordinato la formalizzazione dell’attività del riciclaggio e dei riciclatori in condizioni di povertà come imprenditori e operatori della nettezza urbana. In questo modo, il sistema di smaltimento della spazzatura è enormemente migliorato, aumentando decisamente le percentuali di materiale riciclato e disegnando nuovi sistemi per permettere alle cooperative di lavoratori di accedere alle fonti, ovvero alle ditte stesse che hanno bisogno di smaltire i residui di lavorazione [5]. Di conseguenza l’impresa municipale della netteza urbana di Bogotà ha potuto appropriarsi di una risorsa di grande valore di mercato (rottami e residui di cui beneficiavano grandi imprese private di recupero, demolizione e rottamazione), permettendo allo stesso tempo alle persone che si dedicano a tale attività in modo informale di avere un riconoscimento sociale ed economico da parte della città stessa che si beneficia del loro lavoro. Ovvero, è aumentata la ricchezza della collettività e anche quella dei singoli lavoratori.

IMG_0005Nel contesto torinese, invece, proprio nello stesso periodo in cui si iniziava ad elaborare il progetto de “La Città Possibile” [6], la Provincia di Torino ha divulgato una circolare a tutti i demolitori privati locali invitando a non raccogliere il ferro di chi non fosse dotato di partita IVA, promuovendo quindi una ulteriore precarizzazione (e criminalizzazione) di tutta una serie di persone in condizioni di vita già di per sé molto precarie. Le motivazioni di tale circolare che, attraverso la ricerca, siamo arrivate a ricostruire, non sono dovute solo alla necessità di contrastare il fenomeno dell’aumento dei furti di rame ma anche alla necessità di contrastare la continua diminuzione dell’afferenza di rifiuti ferrosi presso l’azienda municipale della nettezza urbana, in un momento di crisi in cui il ferrovecchio diventa una risorsa per molti, con gravi perdite per l’azienda stessa. Per conseguire quest’obiettivo, però, si sarebbe potuto procedere nella direzione opposta a quella intrapresa dall’autorità pubblica, ossia, andando verso un riconoscimento del lavoro svolto dai riciclatori di strada, anziché marginalizzandoli ulteriormente.

Quello che colpisce è dunque la differenza di interpretazione rispetto ad una condizione problematica simile, riguardante aree abitative marginali come favelas e campi informali: a Bogotà l’attenzione è spostata dalle caratteristiche etnico-culturali degli abitanti alla loro condizione socio-economica all’interno del contesto cittadino. L’approccio di azione passa dunque attraverso le persone ma è diretto al mutamento delle condizioni di vita collettive. L’ottica di fondo è fare leva sulle esigenze comuni e sulle dinamiche sistemiche, piuttosto che ritagliare un ambito singolo di azione specifica e riduttiva, che non considera i legami socio-economici dell’intero contesto urbano. Nel contesto torinese, invece, la prospettiva appare ritagliata su interessi ristretti e temporanei, che tendono a polarizzare il discorso su termini opportunamente definiti come differenti e inconciliabili e distribuiti su piani di valore differenti, concretizzati da una presunta irriducibile “specificità” di cui solo una delle parti deve farsi carico. Mentre a Bogotá l’amministrazione si occupa di fare emergere un settore dell’economia informale, a Torino si pensa di poter far “emergere” singole famiglie, trasportandole da un’abitazione informale a una formale, senza minimamente cambiare le condizioni materiali del loro sostentamento economico.

Conclusioni

Non pensiamo né che il “modello Bogotà” (come qualsiasi altro modello) sia replicabile a priori in maniera identica in contesti differenti da quello colombiano, né che non abbia dei limiti o presenti delle contraddizioni. Ma ci fa sorridere e ci intristisce allo stesso tempo osservare le maniere così diametralmente opposte – repressiva ed escludente una, inclusiva e redistributiva, l’altra – di affrontare un problema simile a Torino e a Bogotà. Viene da pensare che una tale differenza sia dovuto proprio alla definizione stessa degli oggetti delle policy. Di cosa stiamo parlando? Di rom o di abitanti di favelas chiamate “campi rom”? Di persone appartenenti a un’altra etnia o di persone povere escluse dall’accesso all’economia formale? Di evasori fiscali parassiti della collettività o di soggetti che svolgono un ruolo utile e importante per la città e sono in grado di produrre ricchezza per la collettività? Gli abitanti dei campi rom hanno evidentemente delle risorse e delle competenze che gli permettono di sopravvivere, ma queste risorse e competenze, non essendo riconosciute, rimangono nell’ambito dell’economia informale, in nero, a beneficio dei grandi demolitori privati, senza che si contempli l’idea che sia necessario farle emergere, appunto, all’ambito dell’economia formale, con grandi benefici per i lavoratori informali della spazzatura e del ferrovecchio e per la collettività tutta. Il problema dei rom è davvero la casa? O le risorse per accedervi e mantenerla? Quando pensiamo all’emersione sociale, non dovremmo pensare prima di tutto all’emersione dal circuiti sfruttati dell’economia informale, possibilmente in un’ottica un po’ più seria e sostenibile che quella dell’eterno mercato delle borse lavoro?


Note

  1. La legge 482 del 15 dicembre 1999, intitolata “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” riconosce e tutela dodici minoranze etnico-linguistiche storiche: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda. I criteri per il riconoscimento sono etnici, linguistici e storici nonché legati alla localizzazione in un territorio definito. Nonostante dopo sardi e friulani le popolazioni rom e sinte presenti sul territorio italiano costituiscano di fatto la minoranza più numerosa, in quanto “sprovvista di territorio”, non sono state riconosciute a livello normativo come minoranza culturale e linguistica. Ovviamente è stata una scelta politica e politicizzata: nella prima proposta di legge le minoranze rom e sinte erano state incluse, ma sono poi state tolte dalla lista in seguito a pressioni da vari partiti, tra cui la Lega Nord.
  2. “Il Dado” è una stuttura presentata come modello di autorecupero e inserimento sociale: nel 2007 il Comune di Settimo Torinese ha posto a disposizione uno stabile nel quale l’associazione Terra del Fuoco ha avviato un cantiere di ristrutturazione realizzato dalle stesse famiglie rom che sono entrate successivamente a vivere nella struttura, ricevendo allo stesso tempo una formazione professionale nell’ambito della costruzione – formazione spendibile nel mercato del lavoro.
  3. Per approfondimenti si rinvia, tra gli altri, a: BIA G., (2010), Spazi paralleli. innovazione nelle politiche abitative per rom e sinti in Italia, tesi si laurea, Politecnico di Milano; DE SALVATORE A. e RIBONI S., 2009, Settimo Torinese: il processo di autocostruzione e autorecupero come strumento di inclusione sociale, in VITALE T., a cura di, (2009), Politiche possibili. Abitare le città con i rom e i sinti, Carocci, Roma, pp. 244-249; e infine BONTEMPELLI S., (2012), Le buone pratiche per (e con) i Rom migranti, in Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” (2012), Rapporto Nazionale sulle Buone Pratiche di Inclusione Sociale e Lavorativa dei Rom in Italia, programma EU Inclusive.
  4. Progetto presentato alla conferenza “L’inclusione è l’emergenza”, svoltasi a “La fabbrica delle E” a Torino, il 22/2/2012.
  5. Si veda a tale proposito Waste Pickers in Bogotá, Colombia; e Asociación cooperativa de recicladores de Bogotá (ARB).
  6. A partire dalla fine 2013, è in corso a Torino un progetto di inclusione rivolto agli abitanti dei campi rom, il cui appalto è stato vinto da un raggruppamento di enti del terzo settore che include le cooperative Valdocco, Stranaidea e Liberitutti, le associazioni A.I.Z.O. e Terra Del Fuoco e la Croce Rossa Italiana. Il nome del progetto è “La Città Possibile”. L’attenzione dell’autorità pubblica (Comune e Prefettura) e dei gestori del terzo settore è diretta in special modo al campo di Lungo Stura Lazio, l’insediamento informale più grande della città.

Bibliografia

ACOSTA TÁUTIVA, A. e ROVITZON ORTIZ, O. (2013), Executive Summary – Informal Economy Monitoring Study: Waste Pickers in Bogotá, Colombia, Informal Economy Monitoring Study (IEMS), maggio 2013.

BETANCOURT, A. A. (2010) Waste pickers in Bogotá: from informal practice to policy, Massachusetts Institute of Technology.

BIA G. (2010), Spazi paralleli. Innovazione nelle politiche abitative per Rom e Sinti in Italia, tesi di laurea, Politecnico di Milano, Facolta di Architettura e Societa, Corso di laurea in Architettura, anno accademico 2008-2009 (relatore prof. Antonio Tosi).

BONTEMPELLI S., (2012), Le buone pratiche per (e con) i Rom migranti, in Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” (2012), Rapporto Nazionale sulle Buone Pratiche di Inclusione Sociale e Lavorativa dei Rom in Italia, Programma EU Inclusive.

GRISERI, P. (2012, 25 giugno) Cosí Torino è diventata la capitale degli sfratti, La Repubblica, sezione Torino.

REDATTORE SOCIALE (2013, 21 ottobre) Emergenza casa a Torino: viaggio nella capitale italiana degli sfratti, Redattore Sociale.

FALLETTI, S. e SCHUTT SCUPOLITO, L. (2014) La domanda di casa popolare nella provincia di Torino, Provincia di Torino, ATC, Regione Piemonte.


La redazione di WOTS? sarà lieta di ospitare su questo sito ulteriori riflessioni e articoli delle persone e entità direttamente e indirettamente menzionate e coinvolte nel workshop, con la speranza che mettere le idee in ordine e leggere quelle degli altri/delle altre possa aiutare a costruire una società più giusta, per tutte e per tutti.

L’articolo è stato scritto da Marianna Manca e Cecilia Vergnano.


 

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Appunti e disappunti (1 di 2). Note a margine di un convegno sui rom

di Marianna Manca e Cecilia Vergnano

Pubblicato su WOTS?

Questo articolo nasce da spunti e riflessioni maturate in occasione dell’evento “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy” tenutosi a Torino il 19 e 20 marzo 2015. Questo evento non è stato solamente contenitore e spazio di dibattiti, ma è divenuto esso stesso elemento di discussione nelle sue forme, contenuti e modalità.

Iniziare a scrivere a partire da un foglio bianco, ci crea lo stesso senso di smarrimento che abbiamo provato a volte entrando in un campo rom. Questa sensazione è dovuta alla complessità dei dibattiti che il workshop è stato in grado di stimolare: rappresentanza rom, distanza tra politica e ricerca, politiche dall’alto, politiche dal basso, necessità di soluzioni innovative, di nuove categorie analitiche e nuovi strumenti di intervento. Si tratta di concetti problematici, difficili da definire, difficili da liquidare in due parole. Concetti ambivalenti, come ambivalente può essere la libertà, un movimento politico, o semplicemente la realtà che ogni giorno cerchiamo di portare alla luce, alterandola nel momento stesso in cui tentiamo di rinchiuderla in una definizione. Come si colma la distanza tra politica e ricerca? A partire da quale definizione del problema? È necessario colmare la distanza tra politica e ricerca prima ancora di colmare la distanza tra la politica e i gruppi che sono oggetto di questa politica? Come può fare chi non ha spazio per esprimere la sua voce? E poi ancora: il problema della casa è un problema proprio dei rom? Queste e altre sono le domande con cui siamo uscite dal workshop di Torino.

Le mani sulla Città (Possibile)

A partire dalla fine 2013, è in corso a Torino un progetto di inclusione abitativa rivolto agli abitanti dei campi rom, il cui appalto è stato vinto da un raggruppamento di enti del terzo settore che include le cooperative Valdocco, Stranaidea e Liberitutti, le associazioni A.I.Z.O. e Terra Del Fuoco e la Croce Rossa Italiana. Il nome del progetto è “La Città Possibile”. L’attenzione dell’autorità pubblica (Comune e Prefettura) e dei gestori del terzo settore è diretta in special modo al campo di Lungo Stura Lazio, l’insediamento informale più grande della città.

A una minoranza degli abitanti sono stati proposti i tristementi detti “patti di emersione” che prevedevano aiuti economici per l’inserimento in alloggio (con contratti a nome degli enti del terzo settore!) o, nella maggior parte dei casi, in strutture gestite direttamente dagli enti stessi. Per quanto riguarda la maggior parte degli abitanti del campo, questi non sono beneficiari del progetto e la soluzione adottata è stata quella degli sgomberi in serie tra l’estate 2014 e il febbraio 2015, con l’obiettivo di liberare definitivamente l’area in maniera progressiva. Il piú consistente di tali sgomberi è stato realizzato il 26 febbraio 2015, poche settimane prima del workshop, e ha riguardato circa 200 persone.

sgombero

Non sappiamo se l’ambientazione torinese dell’evento sia stata scelta per la concomitanza con tale progetto, ma certamente le azioni di polizia realizzate sul campo di Lungo Stura Lazio non potevano essere tenute sullo sfondo: non solo per le modalità con cui sono state eseguite, ma anche per quanto riguarda la loro legittimità. Sul sito dell’evento compare un comunicato che ribadisce la contrarietà degli organizzatori alla politica degli sgomberi e alle modalità di selezione e penalizzazione dei più fragili nei progetti di intervento. Le stesse posizioni appaiono anche dai loro lavori di ricerca che conosciamo e abbiamo apprezzato. Ma non è stato questo che ha infiammato i colloqui tra colleghi, ospiti e parte dei presenti. Le polemiche, che hanno viaggiato soprattutto per via epistolare, infatti, non hanno riguardato solamente l’invito a parlare fatto ai rappresentanti istituzionali torinesi ma soprattutto il mancato invito ai rom torinesi, soprattutto quelli abitanti a Lungo Stura Lazio, come interlocutori diretti. Il punto centrale oggetto di critiche e repliche è stato quindi il tema del diritto di parola e il riconoscimento della parte principale in gioco nell’economia del convegno: i destinatari delle politiche specifiche, ovvero gli abitanti dei campi, oggetti di studio ma soprattutto protagonisti di un momento difficile all’interno della città.

“Questa non è la sede adatta”

Facendo un passo indietro è necessario però raccontare gli antefatti che hanno innescato il dibattito e gli eventi successivi. Prima dell’inizio del convegno Marcello Zuinisi, il rappresentante legale della Associazione Nazione Rom, aveva proposto agli organizzatori la lettura di un comunicato scirtto da alcune donne abitanti del campo. L’intervento delle donne rom era stato declinato perchè ritenuto fuori contesto: “non è la sede adatta”, si erano sentite rispondere. E qual è allora la sede adatta per una presa di parola? Qual è lo spazio di intervento e riconoscimento per le persone che molti di noi conosciamo come (s)oggetto delle nostre ricerche ma anche come concittadini, vicini di casa, amici?

L’evento era inserito all’interno di un evento dedicato al tema delle Cittadinanze [1] nella settimana di lotta al razzismo [2], e dunque non possiamo fare a meno di considerare che non ci sarebbe stato momento più adatto e opportuno per lasciare spazio di parola proprio alle persone coinvolte. Sì, la partecipazione al convegno era libera, e sì, erano previsti spazi per l’intervento del pubblico e il dibattito con i relatori ma… siamo onesti, quanto era prevedibile che delle persone in una condizione fragilizzata e in una fase di pesante incertezza e precarietà potessero arrivare ad accedere come pubblico, solo ed esclusivamente come pubblico ricevente, ad un evento tanto formalizzato? Come accademici e ricercatori dovremmo conoscere bene la dinamica che si produce tra chi parla e chi ascolta, la differenza che passa tra la cattedra e il banco: vogliamo continuare a riprodurre questa differenza anche quando dichiariamo di parlare di inclusione, condivisione e spazi di confronto?

La contestazione

Gli organizzatori del workshop hanno quindi dovuto affrontare delle contestazioni durante lo svolgimento dello stesso. Gli attivisti di Gattonero Gattorosso durante la sessione inaugurale hanno interrotto la cerimonia per leggere un documento di denuncia scritto collettivamente in una partecipata assemblea con gli abitanti di Lungo Stura, assemblea realizzata proprio a partire dall’idea che fosse necessario il coinvolgimento diretto delle persone interessate da processi di riallocazione e sgombero. In quello che è stato un percorso collettivo di mobilitazione, gli abitanti del campo non se la sono però sentita di presentarsi personalmente all’università, pur se informati dell’iniziativa e d’accordo con essa – forse proprio perché in una condizione fragilizzata e in una situazione di pesante incertezza sull’indomani, che rende più difficile la sopravvivenza quotidiana. Nel loro intervento gli attivisti hanno portato le voci degli abitanti del campo in un contesto che li riguarda, ma a cui non era stato riconosciuto di appartenere. Se da un lato questa azione ha avuto l’effetto di far irrompere in aula magna le parole degli abitanti del campo, dall’altro la contestazione non è stata compresa da una buona parte del pubblico presente, che si è interrogato sulla legittimità dell’intervento, chiedendosi “ma dove sono i rom?”. In questo modo, i contenuti del testo sono passati in secondo piano.

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La logica degli esperti 

Il convegno è stato definito come un tentativo di “uscire dalla logica degli esperti”, tuttavia il peso delle logiche e dei ruoli esistenti si è fatto sentire molto. L’evento non è stato in grado di superare tale logica degli esperti, bensì l’ha rafforzata sia sul fronte della ricerca, sia su quello della politica. Se veramente, come è stato precedente articolo pubblicato su WOTS?il timore degli organizzatori era di lasciare spazio a rivendicazioni che avrebbero messo in fuga le istituzioni, allora bisogna fermarsi a chiedersi se i ricercatori, in nome della necessità di essere riconosciuti da politici e amministratori, possano sostituirsi in tutto e per tutto ai destinati degli interventi pubblici.

I contenuti e il taglio dell’evento erano rivolti ad esperti ricercatori e istituzionali, ma crediamo che la voce delle famiglie rom di Torino avrebbe meritato un minimo spazio, anche in deroga alle tempistiche organizzative, e non avrebbe tolto nulla all’evento nè alle sue cerimonie. Al contrario, la partecipazione dei rom di Lungo Stura Lazio avrebbe dato all’evento una forma più concreta e utile per il territorio. Quello che piú colpisce è che neanche per un momento si sia riflettuto su questo tipo di partecipazione e intervento in termini di opportunità: per i partecipanti e gli organizzatori del workshop, per gli abitanti di Lungo Stura, per i rom, per gli amministratori locali, per tutti, e non solo per alcuni attivisti definiti come “strumentalizzatori della situazione”. Era comunque un modo per spostare il discorso da un’etichetta (“i rom”) alle persone. La nostra impressione è forse profondamente cinica e riduttiva, ma non crediamo sia del tutto campata per aria, e comunque continua a presentarsi alla nostra mente in maniera stridente. Sinceramente crediamo che l’azione fatta dagli attivisti fosse legittima e la reazione degli organizzatori prevedibile ma a questo punto, non sarebbe stato più semplice dare 10 minuti di tempo alle donne di Lungo Stura?

Nel comunicato pubblicato dagli organizzatori si rifiuta qualsiasi “accusa” di endorsement all’amministrazione pubblica, ma l’esclusione di una delle parti coinvolte rischia di mettere in evidenza uno sbilanciamento di criteri, soprattutto in seguito ad una richiesta di parola esplicitamente respinta. Forse se gli abitanti di Lungo Stura non avessero chiesto di leggere un documento tutti questi problemi non si sarebbero posti. Forse. Ma era comunque loro diritto chiederlo.

Leggi la seconda parte dell’articolo.


Note

  1. L’evento è organizzato dai dipartimenti del Campus Luigi Einaudi dell’Università di Torino, con l’ambizione di creare spazi di confronto multidisciplinare e di relazione tra ricerca universitaria, territorio e comunità politica. Maggiori informazioni disponibili su campuscittadinanze.eu.
  2. Il 21 marzo di ogni anno, in occasione della “Giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali”, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) organizza e sostiene una serie di eventi e azioni di sensibilizzazione rispetto all’antirazzismo e all’incontro e convivenza tra culture.
  3. Gagé è il termine che si riferisce ai non rom nelle lingue rom, il romanes.

La redazione di WOTS? sarà lieta di ospitare su questo sito ulteriori riflessioni e articoli delle persone e entità direttamente e indirettamente menzionate e coinvolte nel workshop, con la speranza che mettere le idee in ordine e leggere quelle degli altri/delle altre possa aiutare a costruire una società più giusta, per tutte e per tutti.

L’articolo è stato scritto da Marianna Manca e Cecilia Vergnano. Elementi di questo articolo, compreso il titolo, sono stati modificati su richiesta delle autrici dopo la prima pubblicazione. Ci scusiamo per ogni inconveniente, La redazione di WOTS?

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“Come se fossimo extra-terrestri”. Storie di rom nell’Italia di oggi

di Stefano Piemontese

Pubblicato su WOTS?

I rom sono capaci di pagarsi un affitto, di vivere in un appartamento e non sono portati culturalmente a vivere come dei senza tetto. A quanto pare gli italiani hanno ancora bisogno che qualcuno si prenda la briga di raccontargli queste cose. I ricercatori lo fanno da tempo e ora ci si son messi pure i registi.

In un altro paese un film come “Fuori Campo” ci lascerebbe indifferenti. Usciremmo dal cinema nel freddo, ci fermeremmo sul marciapiede a guardarci le punte delle scarpe e prima che la nostra amica ci rivolga la parola sbufferemo un “Bah, non ho capito il messaggio. Cioè, ci sono dei rom che vivono nelle case … e allora? Di cosa dovrei stupirmi?”. E invece siamo in Italia. L’Italia non è né peggio né meglio di altri paesi europei, ma per quanto riguarda il razzismo nei confronti dei rom (e un paio di altre cose) è decisamente peggio. Infatti, secondo un recente studio del Pew Research Center, l’85% degli italiani ha un’opinione negativa della minoranza rom.

Per questo motivo nel momento in cui lo sguardo si solleva dalle punte delle nostre scarpe lasciamo stare la nostra amica al freddo e corriamo a stringere la mano al regista Sergio Panariello: “Grazie! Finalmente qualcuno che racconta che i rom sono persone qualsiasi. E lo fa senza retorica pure … complimenti”. Nell’intervista riportata nel comunicato stampa sul film, Sergio racconta: “Prima di cominciare questo documentario pensando ai rom avevo in mente la visione del campo e li associavo all’idea del nomadismo, proprio perché l’immagine che abbiamo è quella che ci viene sempre mostrata ed è la più riconoscibile. Poi, grazie alla ricerca svolta in giro per l’Italia con le associazioni Compare e Osservazione, e ai rom che ci hanno aperto le porte delle loro case nelle varie città, la mia conoscenza si è ampliata. Purtroppo riusciamo più facilmente a ragionare per stereotipi, proprio per questo credo che sia importante adottare una visione fuori campo”. Parlare di “rom fuori campo” in Italia è un atto esotico. Fare lo stesso in politica potrebbe essere visto addirittura come qualcosa di eclettico.

Storie qualunque o storie di successo? 

“Bisogna superare i campi nomadi” è diventato il mantra che accompagna i ricercatori e gli attivisti quando dialogano con i politici. Generalmente questi si sentono dire che il problema non sono i rom che non vogliono integrarsi (in che cosa, poi, i politici non lo specificano mai), bensì le politiche razziste  basate su stereotipi create appositamente per i rom e i sinti. Ma puntare il dito sulle politiche è un esercizio facile, che molte volte rischia di vittimizzare i rom, come se non avessero un’agenzia propria, come se le politiche le subissero e basta. Quindi la cosa migliore da fare diventa quella di portare alla luce le esperienze personali dei rom che quelle politiche le hanno rifiutate, vale a dire, che dal campo sono usciti o che in un campo non ci sono mai entrati. Si tratta di una risorsa narrativa potente perché costringe i pregiudizi a fare i conti con una realtà più complessa dei titoli di giornale e dei “sentito dire”. Non si tratta di “storie di successo”, ma dei storie di rom qualunque: le stime parlano di circa di 200.000 rom (italiani e stranieri) residenti in Italia. Di questi “solo” un quinto (circa 40.000 persone, una cifra comunque elevata) vivrebbero in situazioni di disagio abitativo: baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati.

L’Americano bianco, in sostanza, relega il negro al rango di lustrascarpe: e ne conclude che è capace solo di lustrare scarpe.

Nell’articolo “Perché Fuori Campo” pubblicato sul sito di OsservAzione, viene citata questa frase di Bernard Shaw. “Fuori campo” – continua l’autrice dell’articolo e sceneggiatrice del film Caterina Miele – sfata l’ingannevole rappresentazione mediatica dei rom fondata sul comune pregiudizio che li vuole popolo votato al nomadismo, all’illegalità e all’asocialità; dimostra l’infondatezza delle politiche nazionali e locali che in Italia da più di vent’anni pensano queste popolazioni solo come un problema di ordine pubblico e all’integrazione come un processo che passa per la continua delega al terzo settore investito di un ruolo di mediazione con la società di accoglienza.

“Sai il classico ‘rom mediatico’ che vive in baracca? Ecco, ora Sead è rappresentante sindacale”

Prima della proiezione lo scorso 20 marzo a Torino, Antonio Ardolino (OsservAzione), che insieme ad altri suoi colleghi ha appoggiato Sergio Panariello nella realizzazione del film, mi disse: “Uno dei protagonisti si chiama Sead, lo vedrai, è un rom kossovaro … Durante la realizzazione del film siamo riusciti a recuperare una scena di un documentario del 1999 in cui lo intervistano da giovane in un campo rom di Scampia. Era appena fuggito dalla guerra in Kossovo. Hai presente la classica immagine mediatica del rom che a malapena parla italiano, di fronte alla sua baracca, la madre sullo sfondo con la gonna? Ecco. Ora Sead è operaio e rappresentante sindacale a Rovigo”.

A pochi minuti dall’inizio della proiezione, sullo schermo appare anche Luigi Bevilacqua, un signore calabrese impegnato a controllare i lavori della sua nuova casa. E’ uno dei protagonisti del film. Ma cosa ci fa un calabrese in un film sui rom? In silenzio, questa domanda fa il giro della sala. In pochi secondi la risposta arriva da sola: il signor Luigi è un rom calabrese, di Cosenza. Puoi aver studiato e aver letto molto, ma se non hai un rom calabrese per amico o per vicino è molto probabile che tu non sappia che i rom calabresi esistono. “Ho deciso di prendere parte a questo progetto perché volevo che uscisse fuori la realtà dei rom di Cosenza, di cui non si parla mai”, dichiarerà Luigi Bevilacqua. “Mi interessava denunciare l’esistenza dei campi, che siano fatti da case in muratura o da baracche: restano sempre un modo per ghettizzare i rom e isolarli”.

Attraverso la vita quotidiana di Sead, Leonardo, Kjanija e Luigi, “Fuori Campo” ci offre un mosaico di esperienze, sogni, aneddoti e momenti di intimità che ci insegna come, al di fuori della logica del campo, l’appartenenza etnica non è altro che un tassello in più nella vita di padri, madri, operai, sindacalisti, lavoratori, immigrati, cittadine e cittadini comuni.


Comunicato stampa: Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti

Giovedì 19 e venerdì 20 marzo, in concomitanza della settimana europea contro il razzismo, si tiene a Torino, presso il Campus Einaudi, un convegno internazionale sul tema delle politiche per labitare dei rom in Italia.
Il convegno è stato organizzato da quattro ricercatori italiani membri del Network Europeo sui Romanì Studies grazie a un finanziamento del Consiglio dEuropa e ha ottenuto il Patrocinio di UNAR e del Comune di Torino. Una prima parte del convegno è dedicata alla presentazione di due casi internazionali, mentre nella seconda giornata ricercatori, amministratori e attivisti discutono alcuni dei casi italiani più scottanti: partiamo proprio dal caso di Torino, perchè lo sgombero dei rom di Lungo Stura Lazio mette in evidenza le drammatiche conseguenze che le scelte politiche fatte dalle amministrazioni possono avere sulle vite e i percorsi di inserimento sociale delle persone.

Il tema dell’abitare dei rom e dei sinti è un tema estremamente complesso.
Alcune amministrazioni locali si stanno impegnando nel superamento dei campi nomadi, rimasti per decenni il principale modello di intervento per l’abitare di rom e sinti, e perseguendo finalmente quell’obiettivo già individuato nella Strategia Nazionale di Inclusione e recentemente riaffermato dalla Commissione Diritti Umani del Senato. Tuttavia, questo modello di intervento non è stato ancora definitivamente abbandonato e, inoltre, molte città continuano a perpetrare la politica dello sgombero incondizionato e senza alternative, con gravissime conseguenze sulle condizioni di vita delle persone.

Attraverso questo convegno, gli organizzatori intendono creare uno spazio di confronto fra ricercatori e policy makers, guardando con attenzione e da diverse prospettive alle specificità di ciascun territorio e a tutte quelle dinamiche relazionali che influenzano le traiettorie abitative.
L’obiettivo del convegno è quello di stimolare l’elaborazione di nuovi strumenti e modalità di intervento, così da superare quella logica dell’emergenza che ha motivato la separazione e l’allontanamento dei rom dalle nostre città. In questa direzione, gli organizzatori dedicheranno una particolare attenzione alla situazione torinese di questi giorni, riflettendo sul tema ampiamente studiato delle conseguenze degli sgomberi senza alternative.