Il convegno “Percorsi di inclusione abitativa per rom e sinti”. Come, dove e perché parlare dei campi rom?

di Greta Persico, Ulderico Daniele, Oana Marcu e Chiara Manzoni

Pubblicato su WOTS?

Abitazione privata a Milano. Foto di Luca Meola

Abitazione privata a Milano. Foto di Luca Meola

È in un certo senso gratificante riuscire ad organizzare un evento accademico che riesca a stimolare dibattito politico e culturale, entrando, anche se in modesta misura, nella cronaca della città. Con il convegno “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti siamo forse riusciti in questa operazione, non tanto per nostri meriti, ma per una serie di fattori e situazioni contingenti che oggi vogliamo riconsiderare, provando anche a dire la nostra su una serie di dibattiti politici, culturali e, perché no, scientifici, che attorno a questo evento si sono sviluppati.

Quello che è successo prima, durante e anche dopo il convegno ci è sembrato, come forse ogni spaccato di vita, indicativo per le dinamiche sociali più ampie, quelle che caratterizzano “la questione rom”. Non volevamo perdere la ricchezza delle riflessioni di quei giorni, oberati da impegni e schiacciati dalla stanchezza. Ci siamo quindi proposti di sperimentare, anche solo in pillole, una nostra autoetnografia, mettendo in campo le nostre interpretazioni e valutazioni, distaccate e professionali, rispetto agli eventi di quei giorni.

Abbiamo iniziato a creare e immaginarci l’evento nei coffe break di una conferenza in Romania, a Timisoara. Avevamo ormai discusso le nostre ricerche di dottorato, ognuno nella propria università. Per anni ci siamo incontrati e confrontati proprio in occasione di workshop ed eventi, chiamati a presentare i nostri avanzamenti. Questa volta presentavamo ricerche concluse e sentivamo il bisogno di provare a colmare quel vuoto che si faceva sempre ingombrante e che ci impediva di mettere a valore i loro risultati, limitandone la portata. Avevamo all’attivo già diversi sforzi che andavano nella direzione del “bridging the gap” tra policy makers e ricercatori. A onor del vero noi stessi in tempi e momenti diversi siamo stati ricercatori, abbiamo lavorato come operatori e abbiamo scelto di essere attivisti, imparando a portare la complessità nel ruolo che eravamo chiamati a ricoprire.

Come ricercatori, membri italiani dell’European Academic Network of Romani Studies (EANRS), abbiamo iniziato a confrontarci provando ad elaborare una strategia che favorisse il dialogo e lo scambio di saperi, forti dei nostri lavori sul campo prodotti grazie alle relazioni e alle interazioni con i gruppi rom e sinti con i quali abbiamo fatto ricerca. Consapevoli però dei nostri limiti, legati principalmente agli scarsi rapporti con le istituzioni e alla frustrazione del non riuscire a produrre un cambiamento abbastanza forte. In effetti, ci trovavamo spesso a parlare “tra di noi”, cioè con professionisti che la pensano in modo simile, ma che non hanno il potere di cambiare le politiche. Siamo quindi andati a Roma ad incontrare UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e alcuni suoi rappresentanti, abbiamo illustrato loro i risultati delle diverse ricerche e ragionato insieme su come metterli a servizio delle politiche. Abbiamo riflettuto sulla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti (di cui l’UNAR è responsabile) e insistito sulla necessità di avviare l’implementazione a partire dal coinvolgimento più diretto di tutte le amministrazioni locali e dei ricercatori, parte non contemplata, tra l’altro, nella stessa strategia. In sintesi la nostra scommessa, personale e di gruppo, è stata e continua ad essere quella di provare a valorizzare la ricerca nel rapporto con le istituzioni. Un rapporto che si è dimostrato tortuoso a partire dalla difficoltà di essere coinvolti come portatori di conoscenza già dal processo di costruzione delle policy.

Forse anche le città (impossibili) imparano

A ottobre abbiamo deciso di partecipare ad un bando aperto agli oltre trecento membri del Network e finanziato dal Consiglio d’Europa che appoggiava eventi volti a colmare il vuoto tra la ricerca e i policy makers. Già dai primi appuntamenti abbiamo individuato nell’abitare un tema centrale, sia perché la chiusura e il superamento dei campi nomadi sono ormai nell’agenda di molte amministrazioni, sia perché attraverso la questione abitativa era per noi possibile affrontare altri aspetti altrettanto significativi, ad essa trasversali.

Ad esempio, non possiamo non considerare le relazioni di potere e usura che spesso regolano la presenza delle persone all’interno degli insediamenti spontanei. Così come è impensabile prescindere dalle dinamiche estremamente complesse che caratterizzano i processi di rappresentanza degli stessi rom. Ancora, pensare a progetti sociali di “accompagnamento all’autonomia abitativa”, (come vengono denominati nelle gare di appalto rivolte al terzo settore e con tutte le riflessioni che solo tale dicitura comporterebbe) significa analizzare la formulazione dei criteri di accesso a tali percorsi e le conseguenze degli stessi sia sulle vite delle singole persone che sulle relazioni all’interno del gruppo interessato dall’intervento sociale. Molti interventi di questo genere prevedono infatti criteri di selezione ed accesso che non sempre garantiscono equità e sono variabili a seconda della stagione elettorale o delle scelte politiche contingenti durante il mandato di una stessa amministrazione.

Ragionare sulla casa è quindi necessario ma non sufficiente per non incorrere in interventi che di primo acchito possono sembrare accattivanti ma che, ad una analisi maggiormente attenta, evidenziano criticità complicano i percorsi di fuoriuscita dai campi nomadi o dalle baraccopoli.

Il convegno ha avuto un respiro nazionale ed internazionale. Abbiamo infatti cercato di coinvolgere e invitare amministratori e ricercatori di diverse città italiane, piccoli centri e grandi metropoli, che negli anni si sono sperimentate con progetti e piani di inclusione abitativa. Realtà italiane ma non solo. Alcune di queste città avevano già implementato progetti di transizione abitativa, altre stavano riproponendo la logica del campo, seppur pensato in condizioni migliori e meglio attrezzato; altre erano, e drammaticamente ancora sono, ferme nella riflessione e nell’azione in questo ambito.

Uno degli obiettivi del convegno era quello di mostrare mediante un’analisi articolata cosa accade in alcune realtà, i rischi insiti ad alcune scelte e le possibilità che altre esperienze rappresentano, per dare una spinta a coloro i quali si confrontavano con il problema abitativo dei gruppi rom senza sapere cosa fare. Nel convegno sono stati attentamente scelti interlocutori che portassero punti di vista diversi sulla stessa realtà locale, in modo da alimentare il dibattito, esplicitare i conflitti emersi a seguito dei diversi approcci. Per dare spessore e contribuire all’analisi abbiamo arricchito la discussione introducendo due casi internazionali, quello di Madrid in Spagna, e quello di Cluj Napoca in Romania, casi in cui il tema dell’abitare segregato dei rom è al centro del dibattito pubblico da tempo.

La scelta di organizzare questo evento a Torino è stata voluta per due ragioni. In primo luogo, conosciamo bene la realtà torinese perché qui che abbiamo svolto alcuni dei nostri studi e ritenevamo quindi cruciale posizionarci nel dibattito in corso presentando i risultati delle nostre ricerche. In secondo luogo, sentivamo la necessità di richiamare l’attenzione sul progetto di ricollocamento abitativo “La città possibile” che già da alcuni anni vede impegnata il comune di Torino.

Torino, Lungo Stura: finita un’emergenza, se ne fa un’ altra

Il controverso progetto di inclusione sociale chiamato “La città possibile”, seppur pubblicamente presentato dagli amministratori e dai rappresentanti delle associazioni coinvolte come un esempio di superamento dei campi nomadi, presenta una serie di criticità che meritano una dettagliata analisi.

Quello che sta succedendo oggi nella baraccopoli di Lungo Stura Lazio è sotto gli occhi di tutti, ma per comprenderlo è utile fare un passo indietro, ricostruendone la storia. La baraccopoli si snoda lungo il fiume e ospita tra le 800 e le 1000 persone, che negli anni hanno costruito baracche e trovato riparo, nascosti tra la vegetazione e la Stura. Si tratta di un’area occupata, che è andata espandendosi fino a diventare la più grande baraccopoli della città. Nel 2012 l’area è stata oggetto di un’operazione di bonifica e pulizia che ha visto impegnati gli stessi abitanti, in collaborazione con l’associazione Terra del Fuoco, nell’ambito del progetto di Legambiente “Puliamo il mondo”. Il passaggio successivo alla bonifica dell’area è stato il censimento delle famiglie, avente come obiettivo quello di individuare le presenze e le competenze degli abitanti, ipotizzando per questi l’inserimento in un progetto chiamato “L’occhio del ciclone” che mirava a superare il campo attraverso la costruzione di un villaggio meglio attrezzato ed ecosostenibile.

Sgombero in Lungo Stura Lazio, febbraio 2015 - Foto di Francesco del Bo

La promotrice del progetto, l’associazione Terra del Fuoco, si era accreditata, guadagnandosi la fiducia delle istituzioni grazie soprattutto all’intervento di autocostruzione e autorecupero del Dado, considerato e acclamato come buona pratica. La presentazione ufficiale de “L’occhio del ciclone” è avvenuta in occasione di un convegno organizzato dalla stessa associazione che rivendicava la necessita’ di ricevere finanziamenti per il progetto che ricalcava in parte Il Dado. Finanziamenti assolutamente indispensabili, visto che la fine dell’ “Emergenza nomadi” aveva di fatto congelato i fondi e tolto ogni certezza economica e lavorativa agli operatori impegnati nel campo.

Tra il 2012 e il 2013 si è assistito ad una fase di stallo, coincisa con il licenziamento di molti operatori dell’associazione. Nell’estate del 2013 la città ha aperto un bando delineando le linee guida di quello che avrebbe dovuto essere l’intervento volto al superamento della baraccopoli. Linee guida che forse in modo del tutto casuale o forse no, ricalcavano il progetto “L’occhio del ciclone”. A vincere l’appalto è stato un raggruppamento di enti del terzo settore (Cooperative Valdocco, Stranidea, Liberitutti, associazioni Terra del Fuoco, A.i.z.o e Croce Rossa Italiana) che insieme a Comune e Prefettura da fine 2013 sono impegnati nel progetto “La città possibile”.

Alcune famiglie selezionate e hanno firmato un patto di emersione e risultano quindi beneficiarie del progetto. Altre, per vari motivi, sono state escluse. Per alcune di queste famiglie escluse questo ha comportato la demolizione della propria baracca. Il 26 febbraio infatti le ruspe sono entrate nella baraccopoli e hanno fatto piazza pulita di una parte dell’area, lasciando gli abitanti senza un tetto, seppur di legno o cartone. Del resto purtroppo, su e giù per l’Italia la storia si ripete un po’ ovunque.

Questa premessa consente di giustificare la ragione del clima caldissimo che sta vivendo la città, che entro dicembre 2015 deve liberare completamente l’area di Lungo Stura Lazio dai rom che vi abitano da più di 10 anni.


Nei prossimi due articoli affronteremo due temi che sono emersi con forza nella conferenza: quello della partecipazione e dei processi di rappresentanza di rom e sinti, e quello dell’equilibrio tra ricerca e attivismo.


Comunicato stampa: Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti

Giovedì 19 e venerdì 20 marzo, in concomitanza della settimana europea contro il razzismo, si tiene a Torino, presso il Campus Einaudi, un convegno internazionale sul tema delle politiche per labitare dei rom in Italia.
Il convegno è stato organizzato da quattro ricercatori italiani membri del Network Europeo sui Romanì Studies grazie a un finanziamento del Consiglio dEuropa e ha ottenuto il Patrocinio di UNAR e del Comune di Torino. Una prima parte del convegno è dedicata alla presentazione di due casi internazionali, mentre nella seconda giornata ricercatori, amministratori e attivisti discutono alcuni dei casi italiani più scottanti: partiamo proprio dal caso di Torino, perchè lo sgombero dei rom di Lungo Stura Lazio mette in evidenza le drammatiche conseguenze che le scelte politiche fatte dalle amministrazioni possono avere sulle vite e i percorsi di inserimento sociale delle persone.

Il tema dell’abitare dei rom e dei sinti è un tema estremamente complesso.
Alcune amministrazioni locali si stanno impegnando nel superamento dei campi nomadi, rimasti per decenni il principale modello di intervento per l’abitare di rom e sinti, e perseguendo finalmente quell’obiettivo già individuato nella Strategia Nazionale di Inclusione e recentemente riaffermato dalla Commissione Diritti Umani del Senato. Tuttavia, questo modello di intervento non è stato ancora definitivamente abbandonato e, inoltre, molte città continuano a perpetrare la politica dello sgombero incondizionato e senza alternative, con gravissime conseguenze sulle condizioni di vita delle persone.

Attraverso questo convegno, gli organizzatori intendono creare uno spazio di confronto fra ricercatori e policy makers, guardando con attenzione e da diverse prospettive alle specificità di ciascun territorio e a tutte quelle dinamiche relazionali che influenzano le traiettorie abitative.
L’obiettivo del convegno è quello di stimolare l’elaborazione di nuovi strumenti e modalità di intervento, così da superare quella logica dell’emergenza che ha motivato la separazione e l’allontanamento dei rom dalle nostre città. In questa direzione, gli organizzatori dedicheranno una particolare attenzione alla situazione torinese di questi giorni, riflettendo sul tema ampiamente studiato delle conseguenze degli sgomberi senza alternative.

Niente su di noi, senza di noi. Chi parla per i rom a Torino?

Domani e dopodomani (19 e 20 marzo 2015) si terrà presso il Campus Luigi Einaudi dell’Università degli Studi di Torino il workshop “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy“. L’evento è finanziato dall’European Academic Network for Romani Studies (EANRS), un’iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea, che consiste in una rete di ricercatori internazionali creata per promuovere la cooperazione tra università, responsabili politici e altri attori (terzo settore e attivisti rom e non-rom) impegnati a lavorare con e per le comunità rom/Roma in Europa. L’obiettivo della rete è di sviluppare politiche non discriminatorie basate su evidenze empiriche, piuttosto che su pregiudizi e stereotipi. Prima di entrare nello specifico del workshop, i suoi obiettivi, le critiche ricevute e alcuni commenti al riguardo, è utile contestualizzare brevemente da dove viene l’eccezionalità tutta italiana (ma forse anche un po’ francese) dei campi nomadi.

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Un po’ di storia italiana

A partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, la pretesa multiculturale di salvaguardare una presunta cultura nomade dei rom e dei sinti italiani portò all’invenzione dei campi nomadi. Venne appositamente creata la categoria amministrativa dei “nomadi” e lì dentro finirono una moltitudine di gruppi etno-culturali (sinti piemontese, rom abbruzzesi, caminanti siciliani) e successivamente nazionali (italiani, bosniaci, kosovari, rumeni, bulgari) molto eterogenei.

All’epoca, i sinti del nord Italia – per i quali  inizialmente queste politiche erano state sviluppate – avevano diminuito la loro mobilità sul territorio: la post-industrializzazione aveva portato al declino delle attività economiche “girovaghe” di cui vivevano, quali il commercio legato alle fiere di animali, le giostre, il circo, etc. Ciononostante, iniziarono a essere beneficiari di un “trattamento differenziale” da parte delle autorità pubbliche, che si sviluppava in primo luogo nella sfera dell’abitare. Vennero create aree di sosta regolari per tutelare la loro “cultura nomade”, e sulla base dello stesso principio venivano tollerati gli accampamenti spontanei ma non autorizzati.

Successivamente, furono soprattutto i rom (ma anche i non-rom) più poveri che fuggivano dalle guerre in Ex-Jugoslavia (1991-1999) e dalla povertà provocata dalla transizione post-socialista in Romania e Bulgaria (2000-2014), che si stabilivano in aree isolate o casolari alle periferie delle città italiane. Probabilmente, per alcuni di loro la debolezza delle politiche per rifugiati e richiedenti asilo rese le aree attrezzate il modo più accessibile e sicuro per soddisfare esigenze abitative provvisorie. La mancanza di intervento pubblico – spesso giustificata con la natura transitoria dei rom – insieme all’estrema povertà delle condizioni abitative, e alle difficoltà (anche amministrative) dei suoi abitanti di accedere al mercato del lavoro, trasformarono rapidamente queste “aree di sosta” in baraccopoli. In alcuni casi, progetti migratori che priorizzavano gli investimenti familiari nel paese di origine rendevano le difficili condizioni di vita nelle baraccopoli più accettabili: è questo il caso di famiglie disposte a vivere in baracche auto-costruite in Italia e a spedire i risparmi in Romania per costruire, lì, una casa .

Oggi, a più di vent’anni dalla creazione amministrativa della categoria dei “nomadi”, le politiche adottate per i rom e i sinti – ma evidentemente non con i rom e con i sinti – sono state in grado di nomadizzare, attraverso sfratti e sgomberi, una popolazione che nomade non lo era (più). I rom rumeni, per esempio, la cui migrazione verso l’Italia si è sviluppata dentro i flussi migratori dalla Romania, furono prima schiavi e servi della gleba dei principati di Valacchia e Moldavia (dall’ultimo quarto del XIV alla metà del XIX secolo) e successivamente oggetto delle politiche di sedentarizzazione attuate dal regime di Ceaușescu.

In tale contesto, lo stereotipo culturalista secondo cui i rom sono nomadi, non fece altro che legittimare e aumentare la segregazione dei gruppi rom, tanto i nazionali come gli immigrati, rispetto al resto della popolazione italiana e immigrata. Questo processo si è basato: sullo sviluppo di politiche urbanistiche e abitative oppressive (campi e sfratti) anziché inclusive (sussidi all’affitto, per esempio) e sulla esclusione dei rom e sinti dai processi decisionali che li riguardavano –  come d’altronde succede al resto della popolazione in altri settori della vita pubblica della società italiana.

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Un workshop per colmare il divario tra ricerca e politica

A partire dalla complessità di questa situazione, il workshop che si terrà a Torino domani e dopodomani si propone di costruire uno spazio di confronto tra ricercatori e amministratori locali sul tema delle politiche dell’abitare che riguardano i rom e i sinti in Italia. Infatti, mentre alcune città italiane mantengono ancora campi nomadi gestiti dalle amministrazioni pubbliche (vale a dire, esternalizzati al terzo settore), altre amministrazioni locali si stanno impegnando nel superamento di queste politiche di segregazione. Il passaggio dal campo alla casa si presenta però come un processo politicamente tortuoso che racchiude in se molteplici implicazioni.

Secondo gli organizzatori, “sono poche le occasioni in cui responsabili politici possono partecipare ad un confronto tra pratiche locali, con attenzione alle specificità di ciascun territorio e alle dinamiche relazionali coinvolte nelle transizioni abitative”. Con l’obiettivo di colmare il gap tra ricerca epolitica (in continuità col titolo del bando EANRS “Bridgning the Gap between Academia and Policy Makers“) il workshop inizierà con la presentazione di alcuni casi internazionali di intervento pubblico su situazioni dell’abitare irregolare/-izzato o segregato: il caso di Madrid in Spagna e quello di Cluj-Napoca in Romania. Successivamente, in sessioni parallele, si approfondiranno le questioni nazionali distinguendo tra grandi città, piccoli centri urbani e aree regionali: Torino e Napoli, Bologna e Toscana, Roma e Reggio Calabria.

Tutte le presentazioni pretendono di enfatizzare il valore aggiunto dell’incorporazione di studi e ricerche empiriche nel processo di disegno e sviluppo delle politiche abitative rivolte ai rom e sinti. Come si può leggere sul sito dell’evento: “L’idea centrale del workshop è di stimolare un dibattito e una collaborazione fra ricercatori e policy makers che permetta di individuare nuove categorie e strumenti di intervento per la progettazione di soluzioni innovative”. (L’iscrizione al workshop si fa on-line, il programma è disponibile sul sito).

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Le critiche, ovviamente

Il passato 11 marzo, dalla loro lagna Facebook, gli attivisti di “Gattonero Gattorosso” hanno sollevato alcuni dubbi relativi all’organizzazione del workshop: dubbi sui quali è importante fermarsi a riflettere. Come sempre esistono due tipi di critiche, sia per chi le riceve, sia per chi, come noi, solamente si è dedicato a leggerle: ci sono quelle un po’ superficiali e quelle che invece toccano il nocciolo della questione.

Della prima categoria fanno parte le seguenti affermazioni: (1) che invitando rappresentanti delle amministrazioni locali, quella torinese in particolare, gli organizzatori stanno appoggiando le politiche oppressive realizzate da queste; (2) che i ricercatori hanno venduto l’anima al diavolo e che i finanziamenti privati alla ricerca hanno minato alla base lo sviluppo di un pensiero indipendente e critico negli ambienti accademici; e infine (3) che gli organizzatori stanno costruendo la propria carriera come “esperti della marginalità” sulla pelle dei rom. A queste critiche del Gattonero si potrebbe rispondere così: (a) spiegare ad un/a responsabile politico/a che esistono altre categorie per comprendere e governare la società; indurlo/a a “cambiare i termini del discorso” e quindi influenzarlo/a nella sua scelta politica, non è nient’altro che una strategia complementare alla protesta, motivata dal medesimo obiettivo di dissuaderlo/a dal prendere una decisione meno giusta; (b) oggi sono le linee di finanziamento della Commissione Europea che definiscono le priorità della ricerca in Europa, mentre altri finanziatori privati sono completamente allineati al discorso EU; e inoltre all’interno delle Università esiste un’immensa eterogeneità di vedute sulla società quante ce n’è di cose in cielo e in terra: ergo la combinazione di questi due fattori garantisce il dialogo e l’esistenza (e la resistenza) di uno spirito critico nel mondo accademico;  (c) se è sufficiente scrivere sulle politiche rivolte ai rom per essere accusato di vivere “sulla pelle dei rom”, anche “gli attivisti della marginalità” di Gattonero e altri potrebbero entrare nella lista degli imputati.

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La città possibile (più o meno)

Altri dubbi sollevati dal Gattorosso sono invece taglienti e legittimi. Ed hanno a che fare con due temi centrali: quello della partecipazione politica/sociale e quello della produzione della conoscenza. Le organizzatrici e gli organizzatori dell’evento vengono accusati di non aver invitato le persone direttamente coinvolte dalle politiche di cui si discuterà durante il workshop. Gattorosso si riferisce in particolare alle 199 persone che il 26 febbraio 2015 sono state sgomberate dal campo di Lungo Stura Lazio, il più grande di Torino, dove vivevano un migliaio di persone.

“[Le loro] baracche sono state distrutte dalle ruspe del Comune senza dar loro il tempo di mettere in salvo le proprie cose e che, senza preavviso nè alternativa abitativa, sono state buttate in mezzo alla strada. Nessuno spazio neanche per le 400 persone del campo che si trovano sotto sgombero proprio in questi giorni. Nè per le 250 persone inserite in sistemazioni abitative a termine e strettamente monitorate, sulla base di criteri del tutto arbitrari, oltre che razzisti, che tra un anno potrebbero ritrovarsi in mezzo alla strada. Nè tantomeno per le persone che grazie a questo progetto hanno dovuto lasciare Torino, allontanate dall’Italia mediante foglio di via ‘fotocopiato’, ricevuto in seguito a una delle tante retate di cui il campo di Lungo Stura è oggetto, o tramite ‘rimpatrio volontario’ in Romania” (Post di Gattonero Gattorosso, 11 marzo 2015).

Il maxi-sgombero in Lungo Stura avviene nell’ambito del progetto “La Città Possibile – Iniziative a favore della popolazione rom”, un’iniziativa del Comune di Torino dotata di 5.000.000 di euro gestiti da 6 organizzazioni “[con lo scopo di] realizzare percorsi efficaci di integrazione e di cittadinanza per circa 850 persone di etnia rom che abitano oggi nelle aree sosta autorizzate e non autorizzate della Città di Torino” (pagine web dell’associazione Terra del Fuoco).

Nel comunicato stampa dell’Assemblea degli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio del 17 marzo 2015 si legge che gli abitanti del campo non sono mai stati informati nè delle caratteristiche del progetto, nè di come sono stati o verranno spesi i soldi; e aggiungono che la maggior parte degli abitanti del campo di Lungo Stura è Stata arbitrariamente tagliata fuori dalla “Città Possibile”.

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Nihil de nobis, sine nobis

È a partire da questo contesto che le organizzatrici e gli organizzatori dell’evento vengono criticate/i per dare ai rappresentanti delle istituzioni torinesi uno spazio che – senza il contraddittorio delle persone direttamente coinvolte – diventerebbe l’occasione per avere un’altra passerella dove pubblicizzare ciò che in realtà non sarebbe altro che un maxi-sgombero e un’operazione speculativa. I rom di Lungo Stura infatti possono partecipare, ma nessun loro rappresentante è tra gli oratori principali.

Per quale motivo l’organizzazione non ha fatto lo sforzo di accomodare almeno una parte delle richieste di partecipazione dell’Assemblea degli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio? Il timore è evidentemente quello di trasformare l’evento in uno spazio di rivendicazione e che, davanti a questa situazione, gli amministratori possano ritirare la loro partecipazione. Possiamo immaginare che il workshop sia stato pensato e organizzato a Torino con l’intenzione di mostrare agli amministratori della città esempi di iniziative non discriminatorie realizzate in altre località italiane, con l’obiettivo di influenzare positivamente lo sviluppo del progetto “La Città Possibile” sulla base di un dialogo costruttivo. Senza ombra di dubbio, la partecipazione dei beneficiari/vittime/non-beneficiari di quel progetto, oltre ad essere un elemento che arricchirebbe il dibattito con una prospettiva mai considerata dalla politica – perchè mai legittimata – quella dei rom, è anche un obbligo etico. (Il comunicato stampa degli organizzatori in risposta alle critiche mosse al workshop si può leggere qui).

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Libertà è partecipazione

Il secondo tema, legato al primo, è quello della produzione e dell’uso della conoscenza. Prima ancora delle assemblee di quartiere, sono gli stessi ricercatori che fanno fatica ad essere riconosciuti come interlocutori dalle amministrazioni pubbliche: da qui forse i timori degli organizzatori e l’idea di colmare un gap alla volta. Sull’altro versante, invece, la ricerca sui rom e sinti in Italia crea un certo sospetto di partenza: da dove viene questa diffidenza, ostilità e competizione tra attivisti e ricercatori? Come si fa a ridurla? In Italia sono state fatte politiche agghiaccianti nei confronti dei rom, ma è difficile darne la colpa ai ricercatori, visto che raramente sono stati interpellati dai politici – come avviene d’altronde in altre sfere della vita pubblica/politica italiana.

Quindi i ricercatori sono privi di colpe? Non proprio. Chi fa ricerca sta spesso e volentieri per strada a osservare, appuntare, e partecipare attivamente alle rivendicazioni delle persone e comunità studiate; ma raramente si ferma a mettere in discussione le implicazioni etiche e quindi metodologiche del suo lavoro: quale spazio di partecipazione e quale rappresentazione dare ai soggetti/oggetti della ricerca? Chi studia le politiche rivolte ai rom ha iniziato da poco a considerare questi aspetti, ma la sensibilità del tema richiede di essere attenti/e gli aspetti etici non solo nella ricerca, ma anche in tutte le pratiche e iniziative che riguardano i rom e i non-rom. La deliberazione della gente che sta ai margini della società e che è normalmente esclusa dai dibattiti politici, è un processo potente e politicamente desiderabile, forse perchè è l’unico in grado di rivitalizzare la cultura (non la forma) democratica e assicurare la giustizia sociale. È quindi auspicabile che anche in Italia si apra un dibattito/dialogo serio tra ricercatori, attivisti rom e non-rom e politici di buona volontà sul tema della partecipazione dei rom nello sviluppo di politiche che li riguardano: il workshop che si tenne a Budapest il 13 ottobre 2014 “Roma participation in policy-making and knowledge production – Nothing about us without us?” (dove il dibattito ci fu, e fu anche parecchio acceso) potrebbe essere un buon esempio da seguire.

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A domani!

Attivisti e ricercatori tendono a parlare in termini esclusivi gli uni degli altri, mentre dovrebbero accorgersi che non sono entità separate e che il lavoro degli uni è complementare a quello degli altri. Entrambi dovrebbero mettere insieme sforzi e risorse per creare una società migliore dove ogni individuo sia in grado di esprimersi e difendere i propri interessi. Questo sforzo inizia dall’educare i politici, e altri cittadini come loro, a considerare i rom e i sinti né più né meno che dei cittadini al pari degli altri. Se non lo fanno i ricercatori insieme agli attivisti, chi lo fa?

Il workshop deve ancora cominciare: forse gli etnografi, gli antropologi, i sociologi e gli scienziati politici, che per professione si muovono tra la piazza e il palazzo per capire come va il mondo, sono ancora in tempo a fare da mediatori tra se stessi, gli attivisti (con condividono gli obiettivi) e le istituzioni locali (che vorrebbero influenzare). Speriamo che i rom del campo di Lungo Stura Lazio vengano all’evento per esprimere la loro posizione e le loro proposte, e che non lascino questo compito ad altri.


La redazione di WOTS? sarà lieta di ospitare su questo sito ulteriori riflessioni e articoli delle persone e entità direttamente e indirettamente menzionate e coinvolte nel workshop, con la speranza che mettere le idee in ordine e leggere quelle degli altri/delle altre possa aiutare a costruire una società più giusta, per tutte e per tutti.

Comunicato rispetto alle critiche mosse all’organizzazione del panel torinese nel workshop

Negli ultimi giorni noi organizzatori del convegno siamo stati al centro di critiche alle quali ci sentiamo in dovere di rispondere.

Forse è utile partire dal fatto che nelle nostre pubblicazioni e lavori di ricerca abbiamo ripetutamente criticato la politica degli sgomberi senza alternative, l’idea che possa esistere una sorta di numero chiuso oltre il quale è possibile non rispettare i diritti e ancora l’idea che il rispetto dei diritti possa essere subordinato alla stipula di patti di legalità che spesso altro non sono che strumenti di penalizzazione di chi vive già in situazioni di disagio. Queste posizioni sono il prodotto di molti anni di lavoro e ricerca con le persone rom e sinti che vivono nei campi nomadi e negli insediamenti spontanei, in Italia e all’estero. Sappiamo bene che la nostra posizione è parziale e che si inserisce all’interno di un complesso dibattito di cui anche attivismo e terzo settore sono parte.

Con questo convegno abbiamo cercato di rispondere all’esigenza di colmare le distanze tra ricerca accademica e pubbliche amministrazioni, provando ad uscire dalla logica degli esperti di turno e costruendo invece una occasione di confronto critico e costruttivo.  

A nostro avviso dialogare non significa necessariamente condividere le stesse posizioni. Nello specifico della situazione di Torino le nostre ricerche mettono in evidenza una serie di criticità che intendiamo portare nel dibattito previsto nel programma con i rappresentanti cittadini e del progetto “La città possibile”. Nessun endorsement quindi da parte nostra alla pubblica amministrazione torinese ma il bisogno di colmare un vuoto  che esiste nelle politiche pubbliche e che molto spesso è stato affrontato con gli strumenti dell’emergenza.

Ricordiamo che la partecipazione al convegno è libera e sono previsti spazi per l’intervento del pubblico e dibattito con i relatori. 

Programma

Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti.

Pratiche e strumenti tra ricerca e policy

 19 marzo 2015 pomeriggio 

Aula Magna: Apertura dei lavori

h 14,00                                Registrazione partecipanti e accoglienza

h 14,30 – 16,30                  Apertura dei lavori

Elisabeth Tauber – EANRS, Università di Bolzano

Saluti istituzionali

Marco Buttino – Progetto Cittadinanze, Università di Torino

Elide Tisi – Vicesindaco di Torino

Presentazione del Convegno

Chiara Manzoni – Ricercatrice EANRS – Ragioni di un incontro: l’inclusione abitativa dei gruppi rom come questione complessa

Contributi:

Pietro Vulpiani – UNAR – Un approccio integrato nella governance dei processi di inclusione sociale

Antonio Tosi – Politecnico di Milano – L’abitare rom tra vincoli e opportunità

 h 16,30 – 16,45                   Coffee break

h 16,45 – 18,30                    Dialoghi ed esperienze dallo scenario internazionale

Introduce e modera: Tommaso Vitale – Sciences Po

Cluj Napoca                        Oana Buzatu – Comune di Cluj Napoca

                                         Cristina Rat – Università Babes-Bolyai

Madrid                                   Paz Nuñez MartiUniversidad de Alcalà de Henares, Madrid

h 20,30                                   Proiezione del documentario FUORI CAMPO. Storie di rom nell’Italia di oggi, al Museo Diffuso della Resistenza – Corso Valdocco 4/A

20 marzo 2015 mattina

Sessioni parallele: Dialoghi ed esperienze dallo scenario italiano: grandi città, piccoli centri urbani e aree regionali

h 9,00 – 11,30                         Aula Lauree Blu grande, modera: Ulderico Daniele

Torino: Un progetto di ricollocamento abitativo, intervengono: Chiara Manzoni – Ricercatrice EANRS; Laura Campeotto – Ufficio Stranieri e Nomadi; Massimiliano Ferrua – project manager “La città possibile”

Napoli: Il progetto abitativo per i rom di Scampia, intervengono: Francesca Saudino – Osservazione; Giovanni Laino – Università di Napoli

h 9,00 – 11,30                        Aula D5, modera: Greta Persico

Bologna. L’esperienza del piano d’azione locale, intervengono: Massimo Conte – Codici Agenzia di Ricerca Sociale; Sara Montipò – Cooperativa Rupe, rappresenta il Comune di Bologna; Monica Lanzilotto – CITTALIA Fondazione Anci Ricerche

 Regione Toscana: Esperienze di collaborazione tra policy e ricerca, intervengono: Massimo Colombo – Fondazione Michelucci; Sergio Bontempelli – Osservazione

h 11,30 – 11,45                      Coffee break

h 11,45 – 13                           Aula Lauree Blu grande, moderano: Chiara Manzoni, Oana Marcu

Roma: “Leadership, partecipazione e rappresentanza per l’implementazione delle politiche abitative”, intervengono: Ulderico Daniele – Ricercatore EANRS; Nazzareno Guarnieri – Fondazione Romanì

Reggio Calabria: L’assegnazione delle case ai rom; intervengono: Tiziana Tarsia – Università di Messina; Antonietta Cammarota – Università di Messina

h 13,00 – 14,30                                  Pausa pranzo

 20 marzo 2015 pomeriggio

World café: Ricercatori e pubblici amministratori in dialogo

h 14,30 – 16,30                                   Aule 3D440 e 3D441 Gruppi di lavoro su aree tematiche

Il world café è un metodo per facilitare la condivisione e lo scambio tra i partecipanti, attraverso il lavoro nei piccoli gruppi. La partecipazione è su iscrizione fino ad un numero massimo di 30 partecipanti.

h 16,30 – 17,00                       Relazione conclusiva del seminario a cura del gruppo organizzatore: prospettive e nuove strade di lavoro comune

Iscriviti al workshop                                                         Scarica il Programma in formato pdf